101 pensieri sull’atto di scrivere – 26

Il doppio sguardo

L’operazione più faticosa, durante la stesura dell’opera, è quella del doppio sguardo. Da un lato sei impegnato fino ad avere un crampo alla nuca nella costruzione della frase, lavorando su ogni vocabolo, oserei dire su ogni sillaba, organizzando l’energia della frase per spingere dentro le parole lo stesso lampo che, negli occhi e nella mente, genera la percezione.

E mentre ci metti quasi tre ore a scrivere quaranta righe, non devi nemmeno per un secondo perdere di vista l’impianto globale dell’opera. Non devi dimenticare il tono generale che hai dato a quel testo. E devi ‘sentire’ la velocità d’azione che hai attribuito ai fatti narrati fin lì, per non sbilanciare le parti. E devi avere sempre sotto gli occhi, come se ti apparisse sotto forma di grafico, lo spazio dato di volta in volta alle digressioni, per mantenere le proporzioni.

È la condanna del doppio sguardo, che ogni scrittore conosce assai bene. E che corrisponde, per metterla in forma di esempio, alla fatica della madre, che mira alla riuscita globale, nel lavoro di allevamento dell’essere che ha generato (crescita intellettiva, pieno e completo sviluppo fisico, educazione, sani princìpi, capacità di fronteggiare il mondo), ma che d’altro canto non trascura il benché minimo e banale evento della giornata della creatura (sbucciature, pallori, indolenza, lieve strabismo, concitazione).

La necessità di scrivere sotto la pressione costante e strabica del doppio sguardo dovrebbe finalmente porre a riposo il luogo comune secondo cui l’atto compositivo equivale al parto. Manco per sogno (per me, almeno). Se proprio si vuole mettere in relazione il lavoro di chi scrive con una qualche discutibile funzione uterino-riproduttiva bisogna spostarsi nel settore in cui la madre vive a tu per tu con l’essere generato: lo svezzamento.