101 pensieri sull’atto di scrivere – 34

La partenza lenta

Èsempre così, quando comincio il mio regolare e quasi quotidiano atto di scrittura. La prima mezz’ora viene spesa per la prima riga. L’attacco è sbagliato, il registro è burocratico, il tono (lo capisco subito) non è quello giusto.

Mi rendo conto che non sono ancora del tutto morto, e quindi l’accesso in quel rarefatto e spugnoso ‘aldilà’ che è la scrittura mi è precluso.

Eppure, nella testa è tutto pronto per quella porzione di opera cui mi sto dedicando, dallo sviluppo sintattico alla qualità timbrica che le voglio assegnare. E lo schema generale del lavoro, lì a sinistra, con il suo profilo ramificato, mi indica con chiarezza il tratto del percorso narrativo o tematico che quel giorno devo percorrere.

Tuttavia, nonostante ciò, la prima mezz’ora se ne va con la prima riga, scritta e riscritta trecento volte.

Poi, di colpo, sento che qualcosa comincia a funzionare. Un verbo suona immediatamente pulito, inevitabile: il verbo che tutto lo scritto fino a quel punto sembrava richiedere. Allo stesso modo, lo sviluppo carsico, ma anche telescopico di quella metafora progressiva prende le sembianze di un frattale del lavoro completo. Ed ecco che la scrittura, lentamente, ingrana. Il trasferimento nel mondo dei morti è in corso.

Ma dura poco.

A metà pagina incappo nel primo rallentamento. Parole, idee, sintassi si imbottigliano nel dotto auricolare (Nabokov mi ricorda sempre, con un sussurro, che scrive con le orecchie) e non riescono più a inseguirsi, agili, sulla pagina. Cominciano i dubbi. «Qui occorre una lingua più asciutta… Sì, ma non troppo, il personaggio in fondo è un cialtrone… Già, ma non posso usare una lingua dichiarativa, io voglio alludere…»

E così se ne va un’ora (e sono due: siamo solo alla prima metà della pagina).

Poi, di nuovo, dopo lunghe pause in cui resto immobile con i polpastrelli sospesi sui tasti, come un pianista fotografato in volo, e dopo cinquantacinque cancellazioni, si riparte.

È bastato trovare una parola, una sola, attinta a esempio dal gergo di fabbrica, per risentire il tono giusto, per riascoltare il ruggito pastoso del motore sintattico, rotondo, energico.

Il parto si sta compiendo, sto nascendo del tutto alla vita del morto.

Il secondo rallentamento, poco dopo, è meno drammatico, ed è soltanto dovuto alla necessità di frenare le novanta marce espressive che ora sembrano pronte per essere ingranate. Le sento. Le dita corrono e si affastellano sui tasti, per tenere dietro alla cavalcata della testa. E via, battendo alla brutta, ma con un faro che svela ogni passo successivo al precedente. Addirittura, accade talvolta che osservando l’illimitato manto bianco dispiegato davanti, mi viene voglia di passare subito alla marcia più potente.

Ma non ci casco. Non ci sono mai cascato.

Sono morto da poco e so che l’eccitazione che provo è data dalla bramosia di sguazzare in quel mare di libertà.

È il momento di non farsi dominare dall’impeto. Mi freno. Doso con sapienza la progressione, mi impongo delle soste, fino a vedere progredire il testo con maestosa lentezza, ora più simile al crescere di una marea che al saettare di un bolide.

I morti si riconoscono dalla dimensione inesorabile e lenta della loro progressione.