Scrivi, ma parla di acciughe o di sentieri
Scrivere è come andare in bicicletta, come camminare in montagna. Ti accolli una fatica che non finisce mai, mi dico spesso, e qualcuno ti prende per pazzo, ma alla fine sei contento, perché hai imparato qualcosa su di te, sulla necessità di passare dal lato dei morti, là dove sta quella forma eccitata di vita che è l’evocazione della realtà attraverso le parole.
Scrivi, e scopri il tuo grado di resistenza allo sforzo, perfezioni il tuo modo di dosare le forze e domare il tempo, e per di più ti rendi conto che, grazie al fatto di essere morto, hai spurgato qualche imprecisa energia sporca, non sai quale, ma sai che dopo, tornato fra i vivi, ti senti anche la testa leggera e un vago senso di ‘benessere morale’ (qualcosa che ricorda il ‘sentirsi la coscienza a posto’).
Tornato fra i vivi, taci, continuo a dirmi: non hai nulla da scambiare con loro. Come chi pratica uno sport di cui è inutile parlare con i profani.
Chi va in montagna o pedala con grinta è in genere appagato dal suo atto, non se ne vanta, e non se ne vergogna. Talvolta ne parla, sottovoce, ma soltanto con amatori suoi pari. Non si crede più furbo o più fesso di altri per il fatto che pratica quello sport. Sa che quando lo compie entra come in uno stato di trance, in un altro mondo. Scopre un al di là (solo per chi scrive quell’al di là diventa un aldilà). Sa che non ci guadagna un fico secco, da quello sport, ma dice: «Lo faccio perché mi piace, perché mi fa stare bene.» E morta là.
Conosco scrittori abilissimi, adepti della prospettiva del morto, che se ne restano più muti delle gallinelle di mare, quando si ragiona di libri e simili, in una cena o al bar, ma si ridestano se soltanto si prende a chiacchierare di acciughe al verde, riconoscendosi come massime autorità nel settore.

