La pressione
D. mi ha detto che riconoscerebbe il mio stile fra mille. Io le ho detto che non ero sicuro di poterlo ritenere un complimento. Le ho ricordato che fra i miei sogni estetici vi è anche quello di non avere alcuno stile riconoscibile, poiché per me l’invisibilità dello stile è il risultato finale di una assoluta padronanza espressiva.
«Ho già notato che ti piace cambiare spesso il tuo modo di usare le parole» mi ha risposto lei, «e so che è per questo motivo che alterni romanzi, saggi, manuali, monografie, favole e via».
Le ho risposto che è proprio così, che io cerco di spostare sempre il mio baricentro formale per evitare di entrare in una definizione.
«Ma non sfuggi alle tue impronte digitali» ha concluso lei.
Rifletto.
È vero, mi dico. Io ho il terrore di appartenere a una categoria. Mi torce le budella il solo pensiero che al mio nome segua una qualsiasi etichetta, fosse pure quella assai generica di ‘scrittore’. Già da studente ricordo di aver nutrito un insano e forse colpevole amore per il principio di indeterminazione di Heisenberg (l’indefinibilità come programma…).
«Spiegati meglio: di quali impronte digitali parli?» ho chiesto.
«Forse non dovevo parlare di ‘stile’» ha replicato D., «e allora mettiamola così: tu puoi cambiare modo di scrivere fin che vuoi, ma io riconosco la ‘pressione espressiva’ della tua scrittura».
«Ci capisco meno di prima».
«Significa che riconosco la specifica forza con cui dalle tue parole escono immagini o idee. Ogni autore ha la sua. Io so quante righe o quante parole ti occorrono per costruire nella testa del lettore un’immagine o un’idea. È qualcosa di diverso dallo stile. È qualcosa che riguarda forse la dinamica dei fluidi. Parlo di pressione proprio come parlerei di pressione dell’acqua che esce dal rubinetto. È come se lo scritto di ogni autore ‘fluisse’ con una sua pressione quasi costante. L’esempio del rubinetto è proprio perfetto. C’è chi scrive come una sorgente di montagna, un filino lento e continuo che molto più sotto si gonfia in qualcosa di visibile per il lettore. C’è chi scrive come la fontanella dei giardini, pressione costante e getto disordinato, dove immagini e pensieri si attorcigliano. C’è chi scrive come una doccia, pressione bassa ma ampia superficie di diffusione, alla Tolstoj. Tu hai la tua pressione, e io la riconosco in tutto ciò che scrivi, nei romanzi, nei saggi, nei divertissement, nei trattati di chimica per ragazzi».
Ecco un dialogo da trascrivere, ho concluso fra me.

