101 pensieri sull’atto di scrivere – 47

Il destino burocratico

Nulla di più stupido (e del resto quasi impossibile) che inventare storie del tutto immaginarie: ripeto ‘del tutto’ immaginarie. Senza la scaltra presenza di un embrione di verità da distorcere in menzogna, la narrazione assume un tono oracolare, parabolico.

Io credo invece, ed è ciò che pratico di solito, che si ottengano risultati molto più convincenti per chi legge e più gustosi per chi scrive permettendo a una storia di completare quel pezzo di strada che avrebbe potuto compiere e che invece un più burocratico destino ha incanalato per sentieri ordinari.

Quante vicende di famiglia, faccende di commercio, intrighi di assessorato, tresche di azienda, ricatti in industria, cospirazioni in sala operatoria di cui veniamo a sapere si risolvono poi in frettolosi chiarimenti, strette di mano a occhi torvi, insulsi processi a porte chiuse, irreparabili ma inerti antagonismi? Che tristezza, l’assenza di battaglia o di coraggio, per la banca delle storie.

Allo scrittore non rimane altro, spesse volte, che ripartire da quei grumi, farli propri, seminarli, concimarli e amarli fino a vederne spuntare le prime timide punte verdi, le quali germoglieranno in robusti esemplari di storie capaci di completare i pigolanti sviluppi e il repentino epilogo senza fiato di quei promettenti inizi.

Condurre questo gioco è fondamentale, poiché garantisce un saldo aggancio alla realtà, situazioni credibili, figure plausibili, scenari ai quali è sufficiente strappare il ‘dettaglio che illumina’ per catturare il lettore nella pania della menzogna verosimile.

E le figure plausibili, che nella realtà hanno mostrato, dopo un buon inizio, tutta la loro incapacità di rendere narrabile la quotidiana esperienza di vita abortendo la storia che si annunciava, ora diventano personaggi. Ma i loro atti immaginari saranno per sempre caratterizzati dai tratti fraterni ricavati dall’immutabile perfezione dell’esistente. E dotati della forza assoluta di ciò che è.