Mia zia
Quando mia zia raccontava un fatterello accaduto in paese, o descriveva un litigio fra vicini di casa, o narrava un episodio successo a qualcuno, o chiedeva un consiglio intorno a un certo controllo medico, o quando si arrampicava sui massimi sistemi con una formula oracolare; insomma, ogni volta che apriva bocca usava una lingua pratica, efficace, che andava dritto alla cosa, senza un fronzolo.
Eppure, in quella sua lingua estremamente concreta non andava persa la minima sfumatura del linguaggio: c’era luce sufficiente per cogliere allusioni ed elusione, frecciatine e pathos, per veder fiorire sineddochi iperbati e litoti.
È così che vorrei scrivere.

