Rivelare e nascondere
Mi viene voglia di dire la mia su un’opinione tanto diffusa quanto secondo me confusa. Ed è quella secondo cui alla sorgente della scrittura vi sia la voglia di raccontare storie. Chi afferma ciò fonda il suo ragionamento, e con ragione, sul fatto inopinabile che esiste un piacere di ascoltare storie. E colloca il piacere di ascoltare storie in una posizione speculare al desiderio di raccontarle. In effetti, questo secondo assunto è nitido e nessuno può muovere obiezioni: il gusto di sentire raccontare storie è stato forse il primo e più vistoso strappo evolutivo, e sebbene la qualità specifica dell’umano venga di volta in volta individuata nella facoltà di ridere, o nell’opposizione del pollice, o ancora nella coscienza di sé e della propria morte, io credo che la gioia di ascoltare storie occupi il gradino più alto di questo podio. Forse è stato davvero questo tipo di incanto, questa delizia, a far assumere alla scimmia uno sguardo sognante e malizioso; forse è proprio questo il diletto che sveglia il bambino dalla sua notte mentale e biologica.
In ogni caso, non credo vi siano dubbi sull’esistenza del piacere di ascoltare storie. Ed è altrettanto lecito affermare specularmente che io possa trovare un analogo piacere nell’atto di raccontare storie. Certo, ma occorre precisare: stiamo parlando di raccontare storie ‘a voce’.
Da questo punto in poi comincio a vedere distinzioni.
Infatti, ciò che caratterizza la relazione ‘racconto-ascolto’, e il piacere che ne suscita, è il carattere orale, con le sue caratteristiche formali. Proviamo infatti a immaginare una storia qualsiasi raccontata a voce. Lo stile del racconto orale è asciutto, nudo, essenziale, tollera poche elaborazioni formali, aborre gli orpelli e pulsa come un cuore.
E ora parliamo delle storie scritte. Alla scrittura manca il caldo conforto della voce umana, che per gravità e osmosi scende dalle nostre orecchie giù giù fino al più lontano vaso sanguigno. Alla scrittura manca quel sostegno di suoni, ammicchi e gesti sonori o fisici che regala alla storia narrata a voce tanta di quella vitalità (derivato da ‘vita’) da rendere del tutto inutile e addirittura dannosa la ricercatezza compositiva. Sicché chi racconta ‘a voce’ una storia può tranquillamente scandire i passaggi narrativi con una serie infinita di ‘e poi’, ‘e poi’, ‘e poi’, senza per questo comunicare noia, ma al contrario, volando dritto verso il bersaglio, per la gioia di chi ascolta.
Come può difendersi, allora, la storia scritta, per riconquistare parte del terreno perduto nella competizione con la storia orale? Non ha altra scelta che gettarsi nella direzione opposta e scegliere la strada di ‘nascondere’ la storia anziché ‘raccontarla’. Già: nascondere. Chi racconta storie mediante il mezzo della scrittura, a ben guardare, non svela, ma nasconde. La scrittura è il mezzo attraverso il quale il desiderio di raccontare una storia si manifesta nella forma dell’occultamento. Coloro che scrivono lo sanno bene: ogni storia narrata mediante la scrittura nasce dallo sforzo di rimandare, di ritardare, di dosare, di frazionare la materia narrativa riempiendo l’attesa con la sapienza digressiva dello stile. Chi scrive nasconde la storia quanto più può. E se riesce anche a nascondere l’atto di nascondere, allora: «Chapeau!», ecco il genio.
Possiamo fare la prova leggendo uno dei pochi testi che siano stati scritti (quasi) completamente nella forma congeniale al racconto orale: la Bibbia. La lettura, per quanto suggestiva sotto altri punti di vista, risulta poco affascinante sotto l’aspetto del piacere di leggere: ‘e poi, e poi, e poi…’
E la ragione sta nel fatto che chi legge desidera un piacere del tutto opposto al godimento richiesto da chi ascolta. Il lettore vuole che gli vengano ‘nascoste’ le storie, l’ascoltatore invece smania affinché le storie gli vengano ‘rivelate’ (analogia biblica?).
Alla sorgente della scrittura, dunque, (per me, per me) non c’è il bisogno di raccontare storie, ma quello di nasconderle.
E chi ha imparato a scrivere dopo aver raggiunto la dimensione elusiva dei morti, opaca e splendente, ma occulta, potrà nascondere al meglio le storie, rendendole vive.
(Poi uno obietta: «E il teatro, allora? E gli audiolibri?» E io risponderei: «Il teatro per lo più mi annoia, perché troppo spesso è soltanto testo scritto che viene ‘detto’. Proprio come gli audiolibri»).

