101 pensieri sull’atto di scrivere – 55

Devo liberarmi di me

Voglio davvero scrivere?

Va bene, ma devo ricordare ogni giorno che l’attività dello scrittore è in buona misura simile a quella del corridore ciclista: si deve sudare dal primo metro fino all’ultimo e salvo poche eccezioni si guadagna poco in denaro e nulla in gloria, sicché ci si dovrà sempre aggrappare a un orticello che dia di che campare.

Ma il vero punto è un altro: devo tenere sempre presente che l’atto di scrivere esige dal suo autore l’intenzione e la volontà di rinunciare a sé. Soltanto gli ingenui possono pensare che la scrittura permetta di ‘arrivare’ al fondo di noi stessi, o, come dicono altri, favorisca la conoscenza del nostro ‘io profondo’.

Attraverso la mia lingua, i miei esperimenti sintattici o di composizione, inventando una architettura, una struttura o un ritmo narrativo io devo scavalcare me stesso e liberarmi del tutto di quel grumo dalla forma di spugna irrigidita che è la mia identità, un relitto marcio che il tempo ha dilatato in me e che si è alimentato via via con il semplice atto di essere.

La scrittura dovrà semplicemente disintegrare quel poroso meteorite costituito dell’insieme delle scemenze con cui è stata edificata la mia fragile struttura interiore, e che alcuni sprovveduti chiamano ‘io’.

La scrittura deve darmi la possibilità di tornare libero. E libero da me, soprattutto. Libero mediante la creazione di una lingua che non c’è.

Se, al contrario, scrivo per curare la nevrosi, per raccontare la mia vita, per portare chiarezza nel mio… (non so se riuscirò a scriverlo…) nel mio inconscio (l’ho scritto: che schifo!), oppure per vendicarmi di chi sa quale torto subito, allora è meglio lasciare perdere fin da oggi: a curare la nevrosi ci penserà lo specialista; la persona più adatta a cui raccontare la mia vita è senza dubbio un tassista; del tentativo di portare luce là in fondo (non ripeterò quella parola) non mette nemmen conto parlarne, perché se ne occuperà lo psicoanalista; e se proprio ho dei conti in sospeso e ho davvero bisogno di vendicarmi, ebbene, la cosa migliore è passare a vie di fatto, alzare le mani, cercare la lotta e non rincantucciarmi vigliaccamente, con un computer sulle ginocchia, e pisciare livore per giorni e giorni, per ricavarne poi un parallelepipedo cartaceo che nessuno leggerà mai.