Il ponte sull’abisso
Ho già detto che la scrittura si carica di senso (per me) soltanto se è in grado di inventare una lingua unica, uno stile proprio, potrei dire, un rintocco, una voce che non c’era (penso per esempio a Rabelais) mediante la quale l’autore esce dal bozzolo di granito in cui è rimasto imprigionato per decenni. Cosicché, alla maniera di un ‘prigione’ di Michelangelo, il testo possa emergere alla vita e alla forma.
Non sembri contraddittorio, oggi, se a quel medesimo scrittore suggerisco di leggere e consultare sempre il vocabolario, specie quello etimologico, prima di considerare concluso uno scritto e soprattutto durante i primi anni del duro apprendistato alla bottega del niente che è la scrittura.
Non vi è nulla di incongruo se invito lo scrittore a edificare una lingua nuova consigliandogli il costante dialogo con il vocabolario.
Inventare una ‘lingua nuova’, infatti, significa trovare un proprio modo di sviluppare la sintassi o la trama, significa far fluire dentro il testo e sotto il testo una corrente, una forza, un’energia di tipo nuovo, un’elettricità il cui conduttore potrà essere a esempio l’avverbio, o la punteggiatura, o la congiunzione disgiuntiva, o la digressione. Soltanto il dilettante tenterà di esplorare una lingua nuova attraverso il banale ricorso all’invenzione di gerghi o ricorrendo a sfregi e mutilazioni del codice di costruzione della frase e del manuale d’uso delle parole (è inutile e impossibile imitare Joyce).
Le parole sono le parole: sono il ponte gettato sopra l’abisso che separa chi scrive da chi legge, chi parla da chi ascolta. L’abisso tra me e l’altro è nero e senza fondo: il ponte dovrà essere solido e sicuro. Chi costruisce ponti intrecciando foglie secche e liane sfilacciate vuole forse la morte del lettore?
Le parole sono le parole. Chi le usa deve governarle con perizia. E la migliore strada da percorrere per raggiungere la meta è quella lastricata con le pagine del vocabolario.
Sia chiaro: l’atto della scrittura esige (a mio avviso) che, durante la fase di rilettura di quel capitolo o pagina, ogni parola usata venga riconsiderata alla luce dei suoi significati, delle sue accezioni e del suo etimo.
Ricordo sempre a me stesso: scrivi di getto, se vuoi e puoi, ma rimaneggia e ricontrolla e rivedi fino alla morte.
Ho detto ‘ogni parola’. Sì, mi riferisco anche a parole come ‘pane’ e ‘noia’, e tutte le altre, le più semplici e comuni. Tutte.
I primi tempi saranno i peggiori, poi, la frequenza e l’uso renderanno il ricorso al vocabolario meno assiduo. Non appena la parola cala sulla carta o sul video, la memoria volerà al suo etimo con un solo rapido colpo d’ala, come quando si riconosce d’istinto un volto nella sua interezza, ma non si saprebbe evocarne il colore degli occhi o la forma del naso.
E questi pazienti atti di consultazione non dovranno sollecitare tentativi di modifiche al testo, se non in rari casi. La meticolosa pratica di spulciare il vocabolario riesaminando una dopo l’altra ogni parola del tuo lessico, infatti, serve soltanto a rendere resistente ma al tempo stesso levigato e scorrevole il solco entro cui, come l’acqua in una gola scavata fra pareti di roccia lisce e robuste, scorre la tua lingua.

