Il moccioso
Vi sono persone che scoprono fin dalla età giovane la possibilità di cavare piacere dalle parole. Dico piacere nel senso fisico: palpitazioni, pelle d’oca, fremiti nella zona del perineo, lieve stordimento.
Le persone affette da questa sindrome (o perversione, o forse siamo affetti da ‘logofilia’) faranno bene a mantenere assidua e costante, anche in età adulta, questa loro disposizione a trarre benefici erotici dalle parole, evitando di vedere scemare la loro mania giovanile a favore di pratiche più ordinarie e noiose, come lo shopping o il jogging. Per fortuna sarà difficile perdere il vizio, perché è risaputo: possono mutare i giocattoli, crescendo, ma chi è perverso rimane perverso. E quello delle parole, per di più, è un vizio innocente, che non viene punito con l’ostracismo morale, la lapidazione o l’isolamento sociale.
Per quanto mi riguarda, ricordo ancora l’eccitazione provata, da adolescente, nel momento in cui ho percepito la parola ‘moccioso’ come aggettivo. Prima di quel momento, il termine ‘moccioso’ era un sostantivo e portava al volo l’immagine di un bambinetto agitato o invadente. Poi, grazie all’incontro con il ‘moccio’ (in un libro di Gogol, credo) ho detto ad alta voce: «Ragazzino moccioso», vale a dire con la goccia al naso. In un lampo, il sostantivo ‘moccioso’ era diventato aggettivo (e scoprendo poi che il moccio aveva alle spalle aveva il ‘muco’ e il ‘mungere’), sebbene ancora legato alla figura del bambino, ma già pronto a liberarsi del pargolo per accedere in piena libertà al ‘naso moccioso’.

