101 pensieri sull’atto di scrivere: introduzione

Ho scovato nei miei disordinati archivi, un blocco di 101 riflessioni sull’atto di scrivere e ho deciso che renderò pubblici quei pensieri, uno dopo l’altro, su questo blog. E comincio dall’introduzione.

Tutti parlano. Chiacchierano, litigano, si confidano, discutono, qualcuno conciona, altri dialogano.

Può sembrare naturale che si possa scrivere con la stessa facilità. E invece no. Appena si comincia a scrivere si è già meno rilassati, alcuni avvertono addirittura come un blocco, una difficoltà e spesso non cominciano nemmeno. Qualcuno potrebbe suggerire di registrare i nostri dialoghi più appassionati, più vivaci e divertenti, per avere bello e pronto un testo di prima qualità. Si faccia la prova, e si vedrà che anche quel testo, così scintillante nella realtà, suona molle e insipido, sulla carta.

Come mai?

Il fatto è che parlare e scrivere non sono la stessa cosa. Nella lingua parlata applichiamo meccanismi acquisiti nell’infanzia, li replichiamo in un modo che ci pare ormai istintivo, sicché ognuno di noi parla con un discreto grado di naturalezza.

La scrittura, invece, è un artificio totale, paragonabile all’azione del giocoliere, del funambolo, del prestigiatore. Ecco perché quel brillante dialogo orale diventa sciocco appena viene calato sulla pagina: per potere essere trascritto fedelmente, quel dialogo, deve essere tradotto nella lingua della scrittura, deve essere impastato con gli artifici, le tecniche, le malizie e i trucchi di quel mezzo. Bisogna far vedere e nascondere, dire e lasciare immaginare, procedere spediti e poi improvvisamente rallentare, quasi fermarsi, per poi scattare nuovamente.

Scrivere significa impadronirsi di queste malizie.