Parole e mattoncini
Quando ero piccino giocavo a montare e rimontare fra loro i mattoncini del Lego. Incastravo o separavo mille volte quei pezzetti cercando di ottenere una forma incongrua, ma bellissima ai miei occhi, proporzionata e agile nella sua assurdità. Quando ciò accadeva, provavo una felicità che durava molte ore, e non avevo bisogno di altro, al punto che rifuggivo la compagnia di chiunque per poter pensare e ripensare alla mia creatura. Poi, più grande, ho conosciuto le parole, ho incontrato i libri. E ho cominciato a fare con le parole ciò che facevo con i mattoncini del Lego, componendo e ricomponendo le parole in forme nuove e mie, rispettando gli incastri previsti dalla grammatica. E ogni volta che mi sembrava di avere costruito una forma a me grata me ne restavo lì, beato e felice anche per giorni, senza bisogno di niente e nessuno, completamente appagato dal piacere di avere compiuto quell’atto per sé stesso e di avere ottenuto quel bizzarro edificio. Ancora oggi mi accade talvolta di scrivere con l’unico intento di godere di quella estasi piena e innocente che tocca in sorte di solito al bimbo che gioca con i mattoncini.

