101 pensieri sull’atto di scrivere – 43

La verità e la maionese

Può accadere di innamorarsi di un autore, del suo stile, e diventarne gli inconsapevoli apostoli. Può succedere addirittura che a causa di questo amore uno si metta a scrivere, incapace di sottrarsi al fascino rapinoso di quella scrittura. Gli scritti di questo discepolo potranno anche risultare perfetti, in armonia con il dettato stilistico del Maestro ispiratore, e assolutamente indistinguibili da quelli. Magari anche migliori, in uno o due punti. E tuttavia quei faticati lavori non verranno mai presi in considerazione, mai davvero amati, né dai lettori di professione, né da amici e conoscenti. Anche il critico più benevolo troverà lo scritto freddo, sterile. E inoltre ne riconoscerà la paternità morale. Ma attenzione, il rifiuto e il giudizio negativo di quel testo ‘alla maniera di’ non deriveranno dalla scoperta della parentela stilistica, come penserà, irritato, lo sconfitto, ma scatterà a causa della totale assenza di vita in quel testo, per quanto perfetto. E ciò è dovuto al fatto che l’imitatore non ha attraversato il mondo dei morti prima di passare all’atto di scrivere. E un testo scritto da una persona rimasta in vita, scrivendo, suona privo di vita.

Qui sta il punto: ogni scritto, anche quello intriso nella più densa menzogna (ogni testo è intriso nella menzogna) esige dal suo autore (parlo solo per me, s’intende) un frammento della sua propria ‘verità’, del suo bugiardo o angelico o strafottente essere. Non parlo, beninteso, di verità storica o psicologica o altre baggianate. E non mi riferisco allo stile, alla scelta tematica o alla genialità espressiva. Parlo di una porzione di verità che anima lo scritto e lo rende vivo, proprio perché quella verità è scaturita da un morto.

Ma di che tipo è, allora, questa verità?

Forse è la verità che deriva dal bisogno di ottenere una forma estetica il più possibile simile a quella intravista nuotando nel mare nebbioso dei morti. Oppure, è un tipo di verità che produce un testo capace di incarnare l’autore stesso, di sostituirsi alla verità biologica, storica e anagrafica. È un tipo di verità che spinge chi scrive a dire: «Questo scritto dovrà essere me molto più di quanto io sia io, poiché conterrà parti di me che ho intravisto nell’aldilà, nel regno freddo ed equilatero dei morti.» E allora, per trasferire proprio essere nel flusso vivente del testo che va componendo si dissangua fino a che riesce a dare al suo modo di condurre la sintassi la sua propria forma.

È un’ipotesi, certo, ma in effetti non so bene dove si annidi questo surplus morale del testo, senza il quale però il nostro occhio scivola sulla pagina come la mano sul metallo.

Tuttavia, credo che ogni lettore sia in grado (io lo sono) di cogliere il soffio di verità o la sua assenza, nello scritto, così come si riconosce senza indugio, fra due porzioni di maionese, eseguite alla stessa maniera, ma da due mani diverse, quella che sposa il palato e dispiega il suo morbido sapore su ogni papilla, a confronto con la sua gemella che, pure avendo lo stesso gusto, trasmette nulla più che una sensazione burocratica di perizia culinaria. Probabilmente chi ha sbattuto la prima maionese ha creduto nella possibilità che la sua salsa potesse rappresentare al meglio tutto il suo essere, a costo della vita (si è comportato da morto, questo è il punto, sempre), e perciò il suo polso frustava con ardore e passione i componenti, che in tal modo si miscelavano alla perfezione. Mentre chi ha preparato la maionese burocratica forse ha soltanto ripetuto una sequenza di gesti conosciuti alla perfezione, ma eseguiti più con l’intenzione di non sbagliare che non quella di ‘dare la vita’ alla maionese. Proprio come il nostro discepolo, che si è dedicato alla scrittura badando più al rispetto delle norme ricavate dagli scritti del Maestro che non al desiderio di annientare sé per trovare davvero sé.

Ecco, per concludere: uno scritto dovrebbe essere davvero ben sbattuto per dare gioia al lettore. E dell’autore dovrebbe rimanere uno squamoso involucro semitrasparente, in un angolo della casa.