101 pensieri sull’atto di scrivere – 44

Mi svuoto e mi riempio

Scrivere, per me, vuol dire imparare a scrivere. Costantemente. Ininterrottamente

Imparare a scrivere vuol dire imparare a essere felici, e non ha niente a che vedere con il desiderio di notorietà, il bisogno di affermazione, l’esigenza di imporsi.

Ora cercherò di rendere comprensibile il concetto di ‘imparare a essere felici’.

Io scrivo tutti i giorni. Dunque, ogni giorno io travaso porzioni di me sulla carta o sullo schermo. Più scrivo, più il mio essere ‘precipita’ sulla carta, dato che per raccontare storie o tratteggiare riflessioni devo attingere di continuo da un patrimonio di esperienze fisiche e mentali, reali o immaginarie, che sono ‘fette’ di me. E nello stesso tempo devo attingere dal mio deposito interno le tecniche di composizione che occorrono per stendere il testo, secondo il progetto estetico che mi sono prefissato.

Insomma, la scrittura ‘svuota’.

A conclusione del quotidiano atto di scrittura mi ritrovo un ‘io’ disseccato che ha bisogno di essere nuovamente riempito.

E di che cosa si riempie un ‘io’ semivuoto? È semplice: di qualsiasi cosa, ma proprio qualsiasi cosa, un fatterello, un’idea, un dialogo che avvenga nelle ore successive.

La scrittura, dunque, costringe a ricostruire ogni giorno parte della propria personalità con mattoni prelevati dal presente. E ciò favorisce la trasformazione di un essere normale (vale a dire un individuo la cui struttura di pensiero è per lo più fissa e determinata, ferma a quindici o venti anni prima, con pochissime e faticate varianti) in una persona che aderisce alla realtà quotidiana come se non avesse passato né opinioni, una spugna secca con i sensi all’erta, un ectoplasma fiondato da chissà dove nella vita concreta e nella realtà vera, un neofita senza atteggiamenti, privo di fantasticherie, esente da autoinganni e ruffianerie. Così, ogni pomeriggio, diventato involucro senza contenuto e senza storia, ecco che provo interesse autentico per la forma di un bicchiere, per un piatto di penne all’arrabbiata, per gli sviluppi di un litigio di pianerottolo, per il rumore della macchina che svuota i cassonetti dell’immondizia, per l’indefinibile colore dei monumenti, per la storia del tizio che piscia abusivamente nel cesso comune del cortile, raccontata dalla corniciaia… 

Non credo che vi sia una forma più compiuta e fisica di felicità, specie a voler considerare altri due doni elargiti da questo quotidiano ‘svuotamento e rifornimento’ di vita: 1) il sincero distacco che accompagna il pur strenuo interesse per ogni sussulto di vita; 2) la salutare impossibilità di formulare giudizi netti, emettere proclami o declamare asserzioni recise.