L’arte di alludere
Fin da ragazzo ho riconosciuto e ammirato, in letteratura, l’arte di alludere, vedendolo come il primo e capitale artificio per donare vita a uno scritto. Si tratta di un prezioso lievito, ed è più efficace di una pur buona metafora.
Alludere non significa ‘fare indovinare’ al lettore ciò io nascondo sotto il frascame della narrazione: questa è operazione cara al giallista.
Alludere (e qui torna utile l’immagine del lievito) significa invitare il lettore a partecipare a pieno all’atto che evoca la realtà. Certo, lo scrittore ‘genera’ il mondo, si sa, ma per farlo davvero deve ben guardarsi dall’esagerare con la bacchetta magica (la penna). Non deve farsi trascinare dalla smania creatrice e dire tutto di ogni cosa, non conviene descrivere ogni angolo di una stanza, non è utile fotografare tutti i pori di un viso. Nulla, infatti, risulta più noioso al lettore, anche il più candido, che essere escluso dal gioco di costruire. Nulla risulta più offensivo che essere relegato nel passivo ruolo di pellicano che ingoia parole.
Perciò mi sforzo, scrivendo, di alludere, cerco di procedere per cenni e accenni, sono parco di descrizioni per lasciare a chi legge il gusto di concludere la figura appena accennata, ma già visibile in filigrana grazie al sapiente dettaglio buttato lì. Se io scrivo che «la signora mi aprì asciugandosi le mani in uno strofinaccio a quadri verdi»non ho più bisogno di aggiungere nulla. Lì c’è tutto. Da questo punto in poi il lettore farà suo il dettaglio e comincerà, volente o nolente, ad aggiungere i particolari che mancano al disegno, ricavandoli dai suoi ricordi, dalla sua immaginazione. E attribuirà alla signora una corporatura, ne ipotizzerà l’età, le conferirà un aspetto fisico preciso, e un’espressione, e anche un carattere, fino a che quel personaggio senza faccia, a cui l’autore ha fornito soltanto un canovaccio fra le dita, prenderà vita, forma, personalità – ecco, ecco il lievito. Sarà il lettore, insomma, a terminare il lavoro di crescita dell’opera.
E il bello è che quel lettore dirà: «Sai, mi piace come scrivi, sembra proprio di vedersele, le cose» ignorando che ha visto cose sue.

