Crampi ai muscoli mimici
Sarà che c’è davvero ben poco da ridere (non è il mio caso).
Sarà che chi ha scelto di inchiodarsi al tavolo, sudando anche l’ottava camicia sulla pagina, di solito reca con sé un fardello di insoddisfazione e di critica (non è il mio caso) verso le cose della vita.
Saranno questi, o altri seimila motivi, ma credo di essere nel vero quando affermo che gli scrittori, ai quali dobbiamo molto, non si sono poi sprecati tanto per strapparci un sorriso o, meglio ancora, per scatenare in noi una risata incontrollabile. Naturalmente salvando Rabelais, Cervantes, Gogol e pochi altri.
E io invece continuo a credere che fra i doveri di chi scrive vi sia quello di far ridere. Non soltanto far ridere, sono d’accordo. Ma quello di far ridere dovrebbe essere l’impegno trasversale, comune a tutti gli scrittori, i quali, poi, pagata la gabella, potranno incanalare la loro materia incandescente, la loro lava espressiva, il loro titanico esercizio nel solco preferito.
Di tanto in tanto qualcuno decide di assegnare una valenza etica all’atto dello scrivere. Io, valga per me, mi tengo alla larga da simili tentazioni. E tuttavia, se volessi stare al gioco, proporrei, quale unica tensione etica da attribuire alla scrittura la facoltà di suscitare il riso.
E faccio mio il precetto di inserire in ogni scritto, secondo il genere di testo, una quantità giustificata di elementi capaci di far di scatenare la risata, di far ballonzolare le spalle del lettore, di produrre in lui – e questo sarebbe il più alto traguardo – numerosi crampi ai muscoli mimici.
Inoltre, chi si avventura nel deserto della scrittura con la salda intenzione di disporre qua e là sapienti trappole per catturare i sorrisi dei lettori si mette al riparo dall’errore, tipico nei neofiti della scrittura, di scivolare a grado a grado nella palude in cui sguazzano sensazioni, sentimenti, prove di sensibilità, acume intimista, raffinatezza psicologica e altra merda.

