Scrivere e pubblicare: Hyde e Jekyll
Quando scrivo sono una persona. Quando sento il desiderio di pubblicare, invece, sono un’altra persona. Quelle due persone hanno lo stesso nome e lo stesso cognome, ma sono separate. L’atto della scrittura non partecipa, nemmeno per un secondo, dei meccanismi mentali correlati con l’idea di dare il testo alla stampa. La persona che scrive è morta; la persona che desidera pubblicare è viva. Vivi e morti non si incontrano, di norma. E se anche fosse possibile, nel campo della scrittura non ci sono medium adatti.
Già sento una possibile obiezione: «Ma bisogna pure tenere conto del lettore, quando si scrive!»
Rispondo.
Scrivere ignorando la possibile pubblicazione non significa trascurare i diritti del lettore. Al contrario, vuol dire rispettarlo. Infatti, le idee, la lingua usata e lo stile, per quanto siano plasmati dalla ricerca estetica, provengono dalla realtà di cui lo scrittore ha assorbito umori e umidità. Lo scrittore attinge dallo stesso mondo del lettore, un mondo opaco, accessibile di fatto soltanto per mezzo delle parole (forti emozioni rendono il mondo immediatamente reale, si sa, ma si tratta di episodi). Lo scrittore è un essere curioso, ficcanaso, indiscreto, più simile a una spugna però che a una spia. Di una storia piccante di cui si parla nel suo palazzo dimenticherà i nomi dei protagonisti e conserverà il dettaglio meno importante (la sedia a dondolo che, vuota, appare e scompare beccheggiando nel riquadro della finestra). La spugna si impregna di realtà, ingloba il presente. L’autore succhia dallo stesso biberon del lettore, poi affonda nella sua morte simbolica e restituisce la vita alla realtà.
L’intento di scrivere, dunque, è già in partenza il risultato di un viaggio nel presente catturato dalla percezione, fissato in parole proprio grazie all’intenzione di osservare e nominare. La volontà di chi scrive si manifesta nella continua traduzione in dettagli sensoriali di ogni esperienza percepita. Semmai, l’autore sensibile addirittura strizza un po’ la spugna, prima di attaccare con lo scritto, proprio per eliminare dalla pagina l’eccesso di realtà, che può danneggiare il tono o lo stile.
E allora: mentre scrivo penso all’opera, mi calo nella bara e non penso mai all’eventuale pubblicazione. Soltanto alla fine, a lavoro concluso, lascio le bende dello scrittore e assumo le sembianze dell’altra persona.
Insomma, credo di essere, secondo i casi, Jekyll e Hyde.
Scrivo nei panni di Hyde e mi rivolgo all’editore con la nobile e sincera espressione di Jekyll.

