101 pensieri sull’atto di scrivere – 62

Scrivi e taci

Quando ho deciso che fra le mie attività ci sarebbe stata anche quella dello scrittore ho scelto in quello stesso momento la linea di comportamento generale, e mi sono detto: scrivi, ma tienilo per te. E qui di seguito dico perché.

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Quando si comincia a scrivere non si ha la certezza di continuare. Meglio tacere.

Scrivere è un lavoro che va svolto da morti, e non tutti hanno l’energia e la volontà necessarie per morire. Gli ostacoli possono rivelarsi insormontabili. La fatica di stare alla larga dalla vita può logorare anzitempo un organismo gracile. Oppure, un serio atto di autocritica è capace di rendere visibili i propri limiti e far desiderare di gettare la penna e tornare fra i vivi. O ancora: La pigrizia o l’assenza di costanza nel logorante esercizio di essere morti possono rendere intermittente l’esercizio scrittorio fino all’atrofia espressiva. Perciò, in questa prima fase, nessuno dovrà sapere che mi dedico alla scrittura. E ala fine, se comunque ce l’avrò fatta a finire e avrò deciso di spedire l’opera agli editori, non ne parlerò con nessuno. Sarà più facile accettare le lettere di rifiuto (pare che gli editori non mandino altre lettere) se sarò il solo ad attendere una risposta.

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Chi continua a scrivere non ha la certezza di pubblicare. Meglio tacere.

Alcuni scrittori vengono scoperti dopo la loro morte. Altri scrivono tutta la vita, non vengono mai pubblicati e scompaiono insieme con le loro opere. I più continuano a sommergere le case editrici di testi che spesso non vengono letti oltre la settima riga. È inutile e ridicolo dire in giro: «Faccio lo scrittore» se poi non si può indirizzare i propri lettori in libreria. Soprattutto, è necessario che la propria attività di scrittura, in questa fase priva di risultati visibili, sia nascosta ai parenti, ai vicini di casa, agli amici. E le ragioni sono due. Uno: vantare la propria attività di scrittore e non pubblicare ti renderà ridicolo agli occhi del mondo, o quantomeno verrai additato a esempio di ingenuità e infantilismo per le tue velleità e il tuo scarso talento. Due: se sei stimato e rispettato per le tue doti di scrittore, pure in assenza di pubblicazione, non avrai più un momento di libertà, dovrai dare lezioni di italiano al figlio del collega; dovrai aiutare il cugino assicuratore a scrivere una relazione; amici e conoscenti ti chiederanno di mettere giù due righe, dato che tu ‘sei scrittore’, per la richiesta di installazione dell’antenna parabolica, per la denuncia di un furto, per il verbale di condominio, per la lettera di trasferimento, per un preventivo di lavoro, per la relazione finale del corso preparto, e anche: «Potresti scrivere una favoletta per mio nipotino?»

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Il successo, anche circoscritto, non genera amore, ma invidia. Meglio tacere, dopo aver pubblicato.

Ormai ho pubblicato. E va bene. Da questo momento non dovrò più parlare in pubblico di cose di scrittura, se non in pochi e speciali casi, quando a esempio incontro una persona assolutamente pura – la si riconosce subito – che vuole un consiglio da me. In tutti gli altri casi, meglio tacere. Le ragioni del silenzio sono due. Uno: c’è una ragione di decenza morale. Parlo di quel tratto di sensibilità che impone di aderire istintivamente agli argomenti dell’altro e tacere dei propri. Se chi parla con me non è uno scrittore perché mai devo rompergli i coglioni con cose di scrittura? Se invece è l’altro a volere a ogni costo parlare di scrittura, la tecnica è quella di ricordare ridendo che l’avvocato lascia le cause nello studio e il chirurgo non porta il bisturi a casa. Due: il rischio di diventare il riferimento per tutti quelli che devono mettere insieme tre parole diventa ancora più alto dopo la pubblicazione. I vicini di casa dovranno essere gli ultimi a sapere che scrivi. Agli estranei che per caso riescono a raggiungerti dirai di essere impegnato, che l’editore ti ha messo un cappio al collo e devi lavorare anche la notte per consegnare il prossimo lavoro. A conoscenti e amici, a parenti e colleghi, dirai che scrivi per gioco, per passatempo, puoi anche usare l’odiosa parola ‘hobby’, se serve a salvare la vita.