101 pensieri sull’atto di scrivere – 67

Parliamo d’altro…

Scriverei lo stesso, se sapessi che il mio libro verrà pubblicato e avrà successo, ma che il mio nome, per qualche ragione misteriosa, non verrà mai divulgato e che il mio libro risulterà di autore anonimo anche mille anni dopo la tua morte?

Se la risposta è: «No, a quelle condizioni allora non scriverei» allora vuol dire che il mio vero obiettivo è vedere il mio nome stampato sulla copertina dei libri, e poi sui giornali. In altre parole, vuol dire che bramo la celebrità, non l’arte. In questo caso, allora, forse conviene non dare nemmeno inizio alla stesura di un qualunque testo, perché molto probabilmente le mie storie non saranno interessanti, oppure tu non sarò mai in grado di renderle tali, preso come sarò dal desiderio di essere originale, di lasciare una traccia del mio pietoso «io» negli anfratti della vicenda o, peggio, della sintassi.

Se invece la mia risposta è: «Sì, scriverei lo stesso, anche se il mio nome scomparisse» allora è bene che io continui. Dirò di più. Quando sono curvo sulla pagina, non soltanto sono indifferente all’eventuale anonimato, ma quasi lo agogno, lo immagino. Ciò mi serve a sopprimere lo stimolo spesso involontario che suggerisce di marcare il territorio dell’opera con i miei vezzi espressivi o con le trovate originali. Lavorando soltanto in favore della scrittura e non della vanagloria impettita, sarei consapevole di quanto sia poco gradita dal lettore l’intrusione di un «io» inutile nel muto o tumultuoso fiorire di una frase, di una vicenda. Sarei al corrente del fatto che l’autore non conta, che non deve contare, che non dovrà mai contare (c’è traccia di Omero nell’Odissea? O di Cervantes nelDon Chisciotte? C’è traccia degli autori, nelle fiabe?).

E ancora: se la mia risposta è sì, è perché già scrivo, e forse mi vergogno addirittura un po’ di questo mio vizio, per cui ne parlo poco, in giro. E in pubblico faccio il pesce in barile, e mi schermisco, con chi tenta di smascherarmi citando i miei libri: «È solo un gioco» dico a occhi bassi, e spero veramente che si passi a parlar d’altro.