101 pensieri sull’atto di scrivere – 68

La lingua del mondo

Va bene scrivere. Ma credo di dover scrivere per questo mondo, di questo mondo, o anche di un altro mondo, ma “da” questo mondo. Con la lingua di questo mondo.

E la lingua di questo mondo va cercata anche nelle bettole, nei mercati rionali, nelle beghe di condominio, fra i muratori seduti sui secchi rovesciati mentre mangiano un panino in cantiere durante una pausa, nei negozi di frutta e verdura, nelle officine meccaniche, fra i degenti del reparto di ortopedia (chissà perché, ma sono quelli che parlano di più…), negli asili. Oltre che, e va da sé, fra le pagine dei classici, che da sempre hanno saputo usare la lingua eterna del mondo.

In ogni caso, la lingua di questo mondo io la cerco lontano dai gerghi giovanili, dalle mode espressive del ceto medio, luoghi espressivi in cui primeggiano, caso per caso, la pigrizia lessicale, l’imitazione, la piaggeria di chi ripete locuzioni adottate da assessori o conduttori televisivi.

La lingua del mondo, come il mondo, è gonfia di batteri, e fermenta nutrendosi di fango e sperma, di sangue e confusione. La lingua del mondo è infetta, contamina e viene contaminata, e tutto tollera tranne l’artificio e la purezza imbalsamata.