Un diffuso cliché accomuna la composizione di un romanzo a un parto. A mio modo di vedere non è così. La lunga gestazione (il termine è lo stesso, fin qui) di un romanzo, la sua crescita quotidiana, riga dopo riga o pagina dopo pagina, non ha nulla di naturale, nulla di inevitabile, come avviene invece in biologia.
Il romanzo, infatti, non spinge per crescere, non desidera esistere, preferisce restare un grumo opaco di possibilità, non ha voglia di venire al mondo. Chi scrive, certo, desidera veder nascere il romanzo, ma il romanzo (che è cognitivo) non è dello stesso parere. Per dare una forma e un ordine all’opera, chi scrive si vede costretto a domare quel grumo ribelle, deve battersi in un logorante corpo a corpo, ogni giorno, come in una gara di lotta greco-romana, dove oggi è l’autore a mettere al suolo il grumo, piegandolo in una frase gradevole o in un periodo riuscito o in una scena di suspense perfetta, altre volte è il romanzo ad andare a punto, a non lasciarsi imbrigliare, restando aggrappato alla forma di opaco e gibbuto grumo di parole spremute a forza, e non accetta ripuliture, e ti mette giù, ti lascia a terra senza fiato, e ha vinto lui, per quel giorno.
Alla fine, se ha vinto l’autore e il romanzo esce nel mondo, ci saranno due cadaveri, sul ring, la cui risurrezione è nelle mani di chi legge.

