L’ultimo resoconto della vitalità editoriale in Italia parla di un ulteriore calo del 3 per cento dei lettori. Forse è fisiologico e segnala un balzo in avanti del bisogno di qualità.
Chi pratica l’arte dell’incisione, dell’acquaforte, della puntasecca (per tacere della preziosissima ‘maniera nera’) sa di poter contare su un pubblico ristretto di amatori, esperti della disciplina che colgono le sfumature e apprezzano i dettagli. Gli artisti di quel tipo non sognano mai, nemmeno per un istante, la notorietà di massa. Sanno che la loro arte è di fatto appannaggio di intenditori, una minoranza sensibile che coglie ogni minuscolo bagliore di quella tecnica. E ne sono felici, dato che non vorrebbero per nulla al mondo essere valutati da chi ignora i fondamentali della disciplina.
Lo stesso vale per il mondo degli enigmisti. Loro, gli appassionati di rebus, sciarade, crittografie, lucchetti, logogrifi e zeppe vivono appartati, si ritrovano in comunità ristrette, interdette ai non addetti ai lavori.
Un romanzo ha regole interne e strategie sintattiche complesse quanto quelle delle altre discipline. E richiede quindi competenza occhiuta, confidenza con i rimandi interni, accesso alle allusioni, intimità con le malizie dell’arte, abilità nel riconoscere le astuzie e gli ammicchi, gusto per gli inganni della forma e per l’acustica delle figure retoriche. Perciò, al romanzo dovrebbe spettare quello stesso analogo e saggio destino: avere un pubblico preparato, ma circoscritto, proprio come accade alle opere degli incisori, alle magherie degli enigmisti.
Ora, le statistiche dicono che il numero dei lettori sta diminuendo giorno dopo giorno. Forse sta giungendo il tempo in cui la letteratura tornerà a restringere il proprio raggio d’azione ai soli affezionati e raffinati adepti?

